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Il tratto della penna di Fausto Corsetti


Rari, persino strani o desueti appaiono alcuni gesti ai nostri occhi; seguitano, tuttavia, ad essere avviluppati da un immobile ed eloquente fascino. Scrivere una lettera è tra questi. Un gesto semplice, eppure colmo di attenzione, presenza, tempo. Una parola detta è importante, ma una parola consegnata incisa sopra un foglio di carta diventa impegnativa. C’è un pezzo di sé dentro a quel segno d’inchiostro gelosamente accompagnato e custodito all’interno di una busta. Ricevere una lettera, oggi, sembra cosa d’altri tempi. Non è veloce, ma rappresenta un messaggio riservato, una consegna personale, diversa, diretta, esclusiva.
C’è un tempo offerto in dono: è celato in quei segni d’inchiostro comprensibili, per lo più, solo da colui che legge, fino a farlo sentire unico, esclusivo, insostituibile. E’ necessario tempo per leggere, riconoscere e raccogliere il senso, soprattutto il non detto che sta dentro a segni convenzionali che tutti possono identificare, ma solamente qualcuno sa interpretare.
E’ un riconoscimento che si avvera con lentezza, seppure sia figlio di una avidità incontenibile e di una urgenza che spinge ad arrivare presto al fondo di quel dire che ti fa sentire unico, desiderato, pensato, custodito.
Ci vuole tempo per apprendere l’alfabeto della vita, e ancora più tempo è necessario per scrivere della vita, della propria vita, di sé, di quella che scorre intorno, incisa su volti e storie che raccontano di ciò che dura oltre il tempo: ma proprio una frequentazione quotidiana, fedele, attenta con carta e penna ottiene di arrivare più facilmente alla verità di sé.
Scrivere è lasciare traccia di sé, è rendere possibile, tangibile, leggibile, parlante la fragilità stessa della vita, fatta per lo più di momenti, gesti, parole semplici, ma che diventano vere quando arrivano a inseguire ciò che supera la prova del tempo.
IL TRATTO DELLA PENNA
Un affettuoso abbraccio.
Fausto

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FRAGILI di Fausto

rosa gocciolona.giffausto | 26 giugno 2017 alle 08:32 | Modifica
Il fascino etereo delle bolle di sapone…
Specchio evanescente della nostra natura, del nostro essere …
FRAGILI
di Fausto Corsetti
“Lo consideravo il mio migliore amico. Avevo bisogno e non si è fatto trovare. Mi aveva detto che saremmo stati di aiuto l’uno all’altro. E invece se n’è andato con la mia amica”.
“Avevo un lavoro che mi piaceva e mi gratificava. Mi hanno trasferito”.
“Mio figlio frequentava l’università e ogni esame era un trenta. Improvvisamente ha deciso di smettere”.
“Era la gioia della mia vita, lavoravo come un matto per costruire la vita insieme con lei. Si è messa con un uomo sposato”.
“Gli mancavano alcuni mesi per la pensione. Un tumore se l’è portato via in pochi giorni”.
Giornate perdute nel niente, ore affogate nella noia, interessi meschini e banali, affanni e lotte per cose senza domani…
La capacità di capire e accettare le situazioni che la vita ci presenta può essere veramente difficile, ed è in fondo un percorso che non termina mai. Siamo abituati a correre, ad inseguire gli obiettivi che ci siamo posti, e a non fare pause mentre siamo intenti a raggiungerli. C’è poco spazio per riflettere su ciò che accade, con il risultato che possiamo incontrare amarezza e tristezza.
Un’immagine che mi accompagna è quella della natura, in cui, a mio parere, in qualche modo possiamo veder riflessa la nostra esperienza, e davanti alla quale possiamo trovare un po’ di quella pace tanto cercata. Perciò nella gioia penso al sole, i bambini mi ricordano i fiori, e così via. Anche il dolore trova posto in questa corrispondenza: quando penso al dolore, penso al vento. Non si può sapere di preciso da dove provenga l’aria che ci colpisce, né sappiamo dove andrà a finire. Tutti, da bambini, ce lo siamo chiesto almeno una volta, così come di fronte al dolore ci poniamo tutti le stesse domande: chi ha voluto la morte di una persona cara? Dov’è adesso? Ha un senso la mia sofferenza?
Una cosa è certa: quando il vento è davvero forte, al punto da piegare o sradicare gli alberi delle nostre certezze e dei nostri progetti, non si può riprendere la vita del giorno precedente, si avverte che qualcosa è cambiato in profondità e spesso non sappiamo cosa sia meglio scegliere, perché il nostro cuore possa risollevarsi.
Non ci sono ricette, non c’è una prassi di sicuro effetto da seguire.
Credo che nella dimensione più profonda il dolore sia un mistero. Non condivido la posizione di chi pensa al male come ad una punizione, o come effetto di una casualità, o solo come prova da superare per una non meglio chiara felicità futura.
Solo due cose ci possono aiutare quando il nostro cammino è così in salita da farci pensare di non farcela: la speranza è la prima.
Sperare non è dire: “Chissà che domani succeda qualcosa, e che si possa dimenticare”… Non sarebbe possibile, né umano. Sperare è credere che il dolore, anche il più forte, abbia un senso, che magari non conosciamo, ma che c’è e ci aiuta a pensare che quanto accade non sia frutto del caso. Il dolore di chi cerca di avere questa consapevolezza non è meno intenso, le lacrime scorrono comunque sul viso; diversa è la fiducia che si pone nel domani, che ha un senso nonostante l’oggi.
La seconda è l’amore. Troppo spesso ci ricordiamo tardi della preziosità delle persone, di quanto siano importanti, e il rimpianto di quanto avremmo voluto fare ci appesantisce il cuore. Chi ama davvero sa guardare alle difficoltà senza perdere di vista la gioia vissuta, è grato per averla sperimentata, non cede alla tentazione di credere che tutto sia al capolinea.
Alle persone che soffrono non facciamo mancare la nostra presenza, ma non facciamoci prendere dalla voglia di usare troppe parole: se in noi saranno presenti speranza e amore, se ne accorgeranno; se rimarremo compagni di viaggio e non solo accompagnatori nel dolore, forse, in un momento che non sappiamo prevedere, la speranza rinascerà.

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